L’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali) è l’ente pubblico che, per legge, assicura la maggior parte dei lavoratori contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.
È finanziato principalmente dai premi assicurativi obbligatori pagati dalle imprese: un costo fisso che rientra nel “costo del lavoro” e che dovrebbe tradursi in tutele concrete per chi si fa male o si ammala lavorando. La sua missione istituzionale è chiara: prevenire gli infortuni, indennizzare i danni quando l’evento accade e sostenere il reinserimento lavorativo e sociale delle vittime.
Quando un lavoratore subisce un grave incidente o sviluppa una malattia legata all’attività lavorativa, l’Inail decide se riconoscere o respingere la pratica. Da quella decisione dipendono rendite vitalizie, indennizzi per danno biologico, protesi, cure riabilitative, sostegni per il reinserimento. Per questo, per le vittime di incidenti gravi e per i loro familiari, l’Inail non è un soggetto astratto: è l’ente che può cambiare la vita in meglio o lasciare una ferita ancora più profonda, se la domanda viene respinta o la tutela si rivela insufficiente.
Alla luce di questo ruolo cruciale, i numeri contenuti nel recente Rapporto di fine consiliatura 2022-2026 del Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Inail pongono interrogativi seri su come vengano usate le enormi risorse economiche dell’Istituto.
Il rapporto di fine consiliatura con 47,5 miliardi in cassa
Il 1° luglio 2026 il Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Inail ha presentato a Roma il Rapporto di fine consiliatura 2022-2026, alla presenza del ministro del Lavoro Marina Calderone e dei vertici dell’Istituto. Nella relazione del presidente Guglielmo Loy vengono rivendicati “progressi” e “investimenti record nella sicurezza” e l’avvio di strumenti innovativi come il bilancio attuariale.
Ma uno dei passaggi più rilevanti, soprattutto per chi guarda alle ricadute concrete su vittime e famiglie, riguarda il dato economico: il vicepresidente del Civ, Fabio Pontrandolfi, sottolinea che esiste uno “squilibrio strutturale tra la disponibilità finanziaria dell’Inail e il suo effettivo impiego per le finalità istituzionali”. Secondo il Rapporto, una parte degli oltre 47,5 miliardi di euro di liquidità dell’Istituto viene utilizzata per la copertura degli equilibri di finanza pubblica, invece che per potenziare pienamente prevenzione e prestazioni.
Se si confronta questo numero con le cifre dei cosiddetti bandi Isi – le misure a fondo perduto che finanziano gli investimenti delle imprese in sicurezza – emerge ancora di più il divario. Le risorse dei bandi Isi sono cresciute dai 211 milioni del 2020 a oltre 600 milioni nelle edizioni 2024 e 2025. Si tratta di un aumento importante, ma comunque di ordini di grandezza inferiori rispetto ai 47,5 miliardi fermi come liquidità.
Per chi guarda al sistema con gli occhi di chi ha perso un familiare in un incidente mortale o ha visto respingere una malattia professionale, questa fotografia suscita una domanda quasi spontanea: come è possibile che l’Istituto che dovrebbe tutelare i lavoratori possa accumulare decine di miliardi, mentre tanti casi – anche gravi – restano fuori dalle tutele?
Premi obbligatori per le imprese, tutele incerte per lavoratori e famiglie
Dal Rapporto emerge un’altra contraddizione che interessa da vicino chi si occupa di incidenti mortali sul lavoro.
Il Civ rivendica “finanziamenti record” e “investimenti senza precedenti” in sicurezza, e il ministro Calderone definisce l’Inail una “infrastruttura necessaria” del sistema di sicurezza sociale. Nel frattempo, però, le imprese continuano a versare premi assicurativi che rappresentano un costo non trascurabile, soprattutto per le realtà più piccole.
Per molti datori di lavoro, l’Inail è una voce di costo obbligatoria, percepita spesso come un onere su cui si ha pochissimo controllo e nessun ritorno.
La promessa implicita del sistema è: “paghi oggi, per avere protezione domani se qualcosa va storto”.
Ma cosa succede quando quel “domani” arriva sotto forma di incidente gravissimo o malattia professionale invalidante e la pratica viene respinta, o riconosciuta solo in parte?
È qui che il dato dei 47,5 miliardi di liquidità assume una valenza politica e sociale rilevante.
Se una quota significativa di queste risorse viene assorbita per esigenze generali di finanza pubblica, allora il rischio è che il sistema funzioni, di fatto, come un grande meccanismo di raccolta di denaro dal lavoro e dalle imprese, che però non ritorna in misura proporzionata in termini di indennizzi, rendite, prevenzione sul territorio.
Per i familiari di vittime, lavoratori colpiti da eventi drammatici, avvocati e tecnici che li assistono, la domanda diventa inevitabile: quante delle pratiche respinte o sottovalutate potrebbero essere rivalutate o meglio sostenute se quella liquidità fosse rimessa realmente al servizio della missione dell’Inail?
Il bilancio attuariale, le riforme e il “paradosso” delle risorse ferme
Nel Rapporto il Civ indica come “punto di svolta” l’adozione del bilancio tecnico attuariale, approvato con la delibera n. 18 del 26 febbraio. Q
uesto strumento, secondo l’Istituto, è fondamentale per programmare in modo consapevole le politiche di indirizzo, vigilanza e investimento. Vengono ricordati anche la riforma del sistema bonus/malus e l’ampliamento delle tutele riservate al mondo della scuola.
Si parla inoltre di rafforzamento del capitale umano dell’Inail, con la richiesta di maggiore autonomia nelle politiche di assunzione per colmare carenze di organico e introdurre figure professionali più qualificate.
L’obiettivo dichiarato è costruire un nuovo modello organizzativo fondato sulla “gestione unitaria della presa in carico”, che integri prestazioni economiche, sanitarie, riabilitative, protesiche e di reinserimento sociale e lavorativo in un’unica struttura.
Da un lato, quindi, abbiamo un linguaggio di innovazione, modelli predittivi, intelligenza artificiale, trasferimento tecnologico al sistema produttivo. Dall’altro, resta la realtà di migliaia di lavoratori che, ogni anno, vivono un dramma personale e familiare nel tentativo di vedersi riconosciuto un infortunio o una malattia.
Il paradosso è evidente: l’Inail si presenta come un istituto che innova e pianifica il futuro, ma al tempo stesso accumula enormi giacenze e ammette, per voce del proprio Civ, che una parte significativa di queste non viene impiegata per rafforzare prevenzione e prestazioni.
Per chi vive sulla propria pelle le conseguenze di un incidente mortale o di una patologia invalidante, le parole “bilancio attuariale” e “innovazione tecnologica” rischiano di suonare vuote se non si traducono in indennizzi più equi, riconoscimenti più ampi, tempi più rapidi, maggiore apertura verso i casi oggi esclusi.
“Economia della prevenzione” o economia della finanza pubblica?
Nel corso dell’evento, il direttore generale dell’Inail, Marcello Fiori, ha parlato di una “rivoluzione” che coinvolge pubblica amministrazione, transizione ambientale e sistema produttivo. Ha insistito sulla necessità di passare da un’“economia dell’emergenza” a un’“economia della prevenzione”, sottolineando che la prevenzione è un investimento e non un costo burocratico. Ha anche richiamato il ruolo del dialogo sociale e l’attenzione alle microimprese con meno di 10 dipendenti, che devono essere sostenute e accompagnate.
Parole condivisibili, ma che devono fare i conti con l’altra faccia della medaglia: se la prevenzione è davvero un investimento, come mai il sistema mantiene bloccate risorse così ingenti, invece di destinarne una quota maggiore a ispezioni mirate, formazione obbligatoria di qualità, interventi strutturali nelle aziende più a rischio, nelle filiere dove si concentrano gli infortuni o i decessi più gravi/significativi/allarmanti?
Analogamente, il ministro Calderone ha evidenziato che l’Inail sta ampliando il proprio raggio d’azione, includendo le nuove generazioni, la scuola e l’accesso alle norme tecniche Uni come elemento della cultura della sicurezza.
Ma per il lavoratore che ha perso una mano in una macchina non protetta, o per la famiglia che ha visto un figlio morire in un cantiere, la prevenzione non è un concetto astratto: è il confine tra una vita salvata e una tragedia.
Se una parte dei 47,5 miliardi di liquidità serve a coprire gli equilibri di finanza pubblica, allora la domanda si fa scomoda ma necessaria: stiamo costruendo davvero una “economia della prevenzione” o stiamo usando l’Inail come strumento di politica di bilancio, a scapito della sua missione originaria?
Domande che il sistema non può più evitare
Il Rapporto di fine consiliatura del Civ traccia un bilancio positivo, parla di sinergia tra Inail e organi di indirizzo, di obiettivi condivisi e di collaborazione istituzionale.
Il presidente dell’Inail, Fabrizio D’Ascenzo, sottolinea che la cooperazione con il Civ è “determinante” per rafforzare la missione dell’Istituto, basata su prevenzione, tutela e sicurezza del lavoro.
Ma per noi abituati ad osservare e confrontarci ogni giorno con le storie personali dietro le statistiche, restano aperte alcune domande fondamentali:
- Per chi lavora davvero l’Inail, quando una parte consistente della sua liquidità viene destinata a esigenze generali di finanza pubblica e non a prevenzione e prestazioni?
- Quante malattie professionali oggi non riconosciute potrebbero essere finalmente indennizzate se una quota maggiore di quelle risorse venisse destinata a migliorare criteri, istruttorie, assistenza medico-legale e supporto legale ai lavoratori?
- Quanti incidenti gravissimi, con esiti invalidanti permanenti o morte, avrebbero potuto essere evitati con interventi strutturali di prevenzione finanziati da un impiego più coraggioso di quei 47,5 miliardi?
- Ha senso che le imprese – soprattutto le più piccole – sostengano un costo così importante, se poi il sistema non garantisce ai lavoratori e alle loro famiglie un ritorno proporzionato in termini di sicurezza reale, riconoscimento dei danni e sostegno nel lungo periodo?
Finché queste domande resteranno senza risposta o peggio avranno una risposta negativa per le vittime, l’immagine dell’Inail rischia di essere quella di un gigante finanziario, che accumula risorse e investe in strumenti sofisticati, ma fatica a trasformare in giustizia concreta per le vittime e i loro familiari la propria potenza economica.

